Scarsa autostima: come rafforzarla con le parole giuste…e senza pressioni!
Laura Valbonesi ·

«Mio figlio non ha autostima». È una frase che, come educatori e genitori, sentiamo spesso. Detta così, però, sembra che l’autostima sia un tratto fisso, una caratteristica distintiva e immutabile: o
«Mio figlio non ha autostima».
È una frase che, come educatori e genitori, sentiamo spesso. Detta così, però, sembra che l’autostima sia un tratto fisso, una caratteristica distintiva e immutabile: o ce l’hai o non ce l’hai. In realtà non è affatto così.
L’autostima non si impone, si cura
Durante l’adolescenza – un viaggio intenso, a volte confuso e altre faticoso – l’autostima non è qualcosa da imporre, ma da nutrire.
Di solito, tuttavia, non è proprio così che accade…perlomeno non in tutti i casi e non in tutte le famiglie. Sicuramente durante l’adolescenza l’autostima è un elemento che fa davvero la differenza. Non nasce dal “devi piacerti per forza”, ma è una questione più profonda: nasce dal sentirsi visti, accettati e capaci. In Younite lo vediamo ogni giorno: quando un ragazzo si sente riconosciuto, ascoltato e sostenuto, cambia tutto: si apre, sperimenta, osa e cresce.
Dall’autostima alla consapevolezza e alla valorizzazione di sé
L’autostima di un ragazzo, e poi di un adulto, è il risultato dello “sguardo” che ha ricevuto nel tempo, di quanto si sia sentito compreso, desiderato, amato. L’amore che i ragazzi ricevono li rende più sicuri, accettati e appagati: permette loro di sperimentare ed elaborare, di essere consapevoli del loro valore, portando nella loro memoria il “pensiero positivo” della vita.
L’autostima è un radicamento profondo nella valorizzazione di sé come persona.
Ma da cosa è influenzata, principalmente, l’autostima degli adolescenti?
L’autostima nasce prima di tutto in famiglia, dove i ragazzi cercano ascolto, sincerità e amore: è nel contesto familiare che i nostri ragazzi crescono, è lì che hanno i loro primi confronti. Il clima in casa, la comunicazione, il modo in cui si gestiscono errori e conflitti,… sono tutti elementi che lasciano in qualche modo un segno nei nostri ragazzi.
I genitori dovranno fungere da esempio ed imparare ad ascoltare i propri figli, non dimenticando mai che la comunicazione è di fondamentale importanza e che dietro ogni disagio si nasconde spesso un disturbo della comunicazione.
I ragazzi si aiutano con la consapevolezza di se stessi e soprattutto con l’esempio; un ragazzo deve innanzitutto veder riconosciuti i suoi sforzi, poi dovrebbe vivere in un ambiente sereno, in cui i genitori si approcciano l’un l’altro con rispetto e amore, si sostengono nei momenti di difficoltà, hanno in comune linee guida e dimostrano di avere fiducia tra di loro. Chi ha fiducia in sé ed è consapevole delle proprie competenze può trasmettere questa sicurezza anche agli altri.
Essere genitori implica grande responsabilità
Ogni genitore, infatti, in qualità di educatore dovrebbe prendersi cura dei propri figli, garantendo loro una crescita serena, guidandoli lungo il cammino e consentendo loro di avere piena consapevolezza delle proprie capacità, così da riporre la giusta fiducia in se stessi, alimentando adeguatamente la propria autostima.
I genitori che educano con una protezione esagerata, che sono ombre pesanti, che correggono ogni errore o passo falso (anche in buona fede e nel segno dell’amore immenso per i loro figli) compromettono l’autostima dei loro ragazzi, non forgiano i ragazzi ad avere il coraggio, le capacità e la giusta autostima per affrontare il mondo, anzi li spingeranno a crescere con un forte senso di inadeguatezza e insicurezza, che ostacolerà i loro successi. I genitori dovrebbero essere i primi a credere nei loro figli, dovrebbero avere una buona opinione di loro, ciò non vuol dire credere che siano sempre e solo “buoni e belli”, ma che abbiamo tutte le potenzialità per raggiungere i loro obiettivi ed essere felici, perché i ragazzi sentono eccome se un genitore crede in loro o meno.
Le aspettative, il nemico numero 1 dell’autostima
E poi ci sono le aspettative (dei genitori, dei professori, degli amici,… ma anche di loro stessi: una vocina interna sempre molto critica e difficilissima da ignorare, figuriamoci da zittire!). Quando la richiesta di essere “bravi”, “responsabili”, “performanti” diventa troppo alta, molti ragazzi iniziano a percepire il loro valore solo in base ai risultati. Invece di approcciarsi a loro dicendo: “Devi scegliere questo percorso perché ti garantirà successo” o qualcosa di simile, ponetevi la domanda: “è davvero questo, ciò che vuole mio figlio?” E provate a dirgli: “Cosa ti interessa davvero? Se ti va, possiamo vedere insieme come esplorarlo”.
I figli non sono il braccio armato delle nostre rivendicazioni e dei nostri desideri, vanno lasciati liberi da questo peso. Noi genitori siamo chiamati a prestare attenzione a quelle che sono le propensioni e gli interessi dei nostri figli, sostenendoli nel percorso che li porterà ad essere se stessi. Proiettare le nostre ambizioni e aspirazioni su di loro, infatti, rischia di creare frustrazioni delle quali, prima o poi, tutti finiranno col pagare il conto. Probabilmente se un genitore ha aspettative, attese e speranze così importanti sui propri figli, sta semplicemente proiettando quello che a sua volta la sua famiglia ha fatto con lui.
Vogliamo che si guardino con occhi diversi, cominciamo a farlo noi!
L’autostima dei nostri ragazzi, quindi, dipende dal buon lavoro di noi genitori; sono il padre e la madre le prime figure che determinano il valore, il merito, l’importanza e la qualità che un figlio si attribuisce. L’autostima si forma con l’incoraggiamento, la presenza, i gesti e le parole di tutti i giorni.
Come sempre, occorre tenere ben presente quanto l’impatto dei social si aggiunga a tutto questo. Gli adolescenti vivono immersi in un mondo di confronti continui: corpi perfetti, vite perfette, successi lampo e da qui è “normale” che nasca il pensiero “Non sono abbastanza”. Se poi, a questo, si aggiungono relazioni “tossiche” che possono sfociare anche in episodi di bullismo o esclusione, l’impatto sulla percezione di sé è devastante.
Cosa possiamo fare (e dire) noi genitori per nutrire l’autostima dei nostri figli?
Ascoltare senza giudicare
Sembra semplice, ma è potentissimo. Quando un adolescente si apre, prima di dare consigli, basta dire: “Ti capisco”, “Sono qui con te”, “Se ti va, raccontami.”
Riconoscere le loro emozioni
Non significa essere sempre d’accordo con loro, ma riconoscere che ciò che provano è reale: “Capisco che per te sia difficile, se vuoi raccontarmi io sono qui”, “Va bene sentirsi così.”, li fa sentire accolti e capiti. Al contrario, minimizzare le emozioni con frasi “Non è niente”, “Esageri” o “Sono solo sciocchezze” li fa sentire soli, sbagliati e non compresi.
Celebrare lo sforzo, non il risultato
Questo sviluppa resilienza, non pressione: “Hai lavorato bene, ti sei impegnato”, “Mi piace come tu ci abbia provato anche se era complicato.” Un “Te l’avevo detto che sarebbe andata male” in seguito a un brutto voto, ad esempio, non rafforza il senso di inadeguatezza, mentre un “Capisco la tua delusione. Vuoi raccontarmi cosa è successo?” apre uno spazio di fiducia e apprendimento. Ovviamente anche frasi come: “Devi essere il migliore” o “Non mi deludere”, che di primo impatto posso sembrare motivanti, generano invece ansia e pressione.
Affidare responsabilità adeguate
Sentirsi capaci nasce dal fare, non dal sentirsi dire “dai che sei capace!”. Perciò affidare responsabilità adeguate all’età dei nostri figli li farà crescere come adulti autonomi, capaci e più forti. Al contrario risolvere sempre i problemi al posto loro e proteggerli da ogni difficoltà li rende dipendenti e insicuri. Rifare sempre lo zaino o la borsa della palestra al posto loro, ricordargli i compiti o intervenire in ogni conflitto alla lunga finisce solo col comprometterne l’autostima. La prossima volta cerca di dire: «Prova tu, io sono qui se hai bisogno».
Essere un modello
Gli adolescenti osservano molto più di quanto ascoltano: se vedono un adulto che affronta errori, insicurezze e cambiamenti con apertura, capiscono che possono farlo anche loro. Se un genitore dice spesso “Non sono capace” o “Ho sbagliato, come sempre” insegna, anche senza volerlo, l’autosvalutazione: un adulto che dice “Ho sbagliato, ma posso rimediare” invece insegna resilienza e fiducia.
Parlare di comportamenti e non di carattere/identità
Frasi come: “Sei pigro” o “Sei troppo sensibile” determinano etichette a cui i ragazzi finiscono per credere. Meglio, piuttosto, parlare di comportamenti: “Era il risultato che avresti voluto raggiungere? Cosa avresti potuto fare di diverso?”, “Questa situazione ti mette in difficoltà, se vuoi, proviamo a capirla insieme?”. Occorre anche tenere bene a mente che anche l’utilizzo di ironia o sarcasmo sul loro aspetto può essere pesante per un adolescente.
L’autostima degli adolescenti non nasce da discorsi motivazionali o da frasi fatte.
Nasce da relazioni sane, da adulti che sanno ascoltare, accogliere e accompagnare.
Nasce quando un ragazzo capisce che il suo valore non dipende da voti, popolarità o performance… ma da chi è davvero.
E, soprattutto, nasce quando si sente dire:
“Ci sei. Ti vedo. E vai bene così come sei.”