Quanto tempo dedichiamo a imparare a essere genitori di adolescenti?

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Quanto tempo dedichiamo a imparare a essere genitori di adolescenti?

Se i figli sono la cosa più importante quanto tempo dedichiamo a imparare a essere genitori.....

La sala è pronta. Il tema della serata riguarda gli adolescenti: come comunicare con loro, comprendere alcune reazioni, attraversare i momenti difficili. L’incontro è gratuito e dura circa due ore.

In un gruppo di una quarantina di persone, soprattutto amici, colleghi e persone con cui condivido anche altri momenti. Quando ne parliamo nella vita di tutti i giorni, mostrano interesse per questi temi, ma in quella serata arrivano quattro o cinque persone.

È un’immagine che conosco bene, perché organizzo incontri come questo da circa un anno. E ogni volta mi lascia con la stessa domanda: che cosa ci impedisce di dedicare un po’ di tempo a imparare qualcosa su una relazione che diciamo essere tra le più importanti della nostra vita?

Non penso che chi resta a casa ami meno i propri figli. So quanto possono pesare il lavoro, la stanchezza e tutto ciò che c’è da fare in una famiglia. Però la domanda rimane. E riguarda anche me, ogni volta che scelgo come usare il mio tempo.

Quel “farei qualsiasi cosa” alla prova dei fatti

Se chiediamo a un genitore che cosa sarebbe disposto a fare per il benessere di suo figlio, spesso risponde: «Qualsiasi cosa». Ci credo. Se suo figlio avesse bisogno di aiuto, probabilmente cercherebbe una soluzione, prenderebbe un permesso dal lavoro, spenderebbe denaro.

Ma se gli proponiamo di dedicare due ore al mese a un incontro sulla genitorialità, leggere un libro o ascoltare un intervento sul mondo adolescenziale, quel tempo diventa più difficile da trovare.

Ho osservato qualcosa di simile anche a scuola. In un istituto frequentato da circa mille famiglie sono stati organizzati incontri gratuiti con uno psicologo per parlare di adolescenti e comunicazione. Nelle serate più partecipate arrivavano quaranta o cinquanta persone, insegnanti compresi.

Durante i camp estivi nei quali lavoro con i ragazzi, alla fine della settimana rimaniamo a disposizione dei genitori per raccontare il percorso svolto, rispettando la riservatezza di ciò che i figli ci hanno confidato. Su circa venticinque famiglie, se ne fermano spesso molto poche. È possibile anche richiedere un confronto telefonico gratuito, ma le richieste non arrivano.

Sono esperienze limitate: non raccontano come si comportino tutti i genitori e non spiegano perché una persona non partecipi. Chi manca potrebbe informarsi altrove. Eppure, messe una accanto all’altra, mi spingono a fare una domanda scomoda: aspettiamo che emerga un problema prima di provare a prepararci?

Forse un corso ci chiede di guardare anche noi stessi

Quando nostro figlio risponde male, si chiude in camera o fa una scelta che ci preoccupa, è naturale concentrarsi su di lui. Vorremmo capire che cosa gli succede e come aiutarlo.

Formarsi, però, può portarci davanti a un’altra domanda: che cosa succede a me quando mio figlio si comporta così?

La sua rabbia può far emergere la nostra paura di perderlo. Un brutto voto può richiamare il timore che in futuro non se la cavi. Una passione che non comprendiamo può sembrarci una perdita di tempo, anche se per lui ha un grande valore.

Non so se sia questa la ragione per cui alcuni genitori evitano gli incontri. Ognuno ha la propria storia e i propri ostacoli. So che, quando cominciamo a conoscere meglio i figli, spesso incontriamo anche le nostre aspettative, le insicurezze e il modo in cui siamo stati cresciuti. Non è sempre piacevole. Può però aiutarci a scegliere come rispondere, invece di reagire soltanto d’impulso.

Una sola informazione può cambiare lo sguardo

Ricordo la sorpresa che provai quando, durante un percorso di formazione, scoprii quanto il cervello continui a svilupparsi durante l’adolescenza. Può sembrare un’informazione elementare. Per me non lo era.

La maturazione delle aree coinvolte nella pianificazione e nella valutazione delle conseguenze prosegue oltre gli anni dell’adolescenza. Questo non vuol dire che i ragazzi non capiscano o che non debbano assumersi responsabilità. Vuol dire che emozioni, stress e rapporti con i coetanei possono influire sulle loro decisioni in modo diverso da quanto accade a noi adulti.

Quando un adolescente reagisce con un’intensità che ci sembra sproporzionata, conoscere questo aspetto non risolve il conflitto. Può però farci fermare un istante prima di pensare: «Lo fa apposta per provocarmi».

A volte è in quell’istante che si apre una possibilità. Possiamo mantenere un limite e, insieme, scegliere parole o tempi diversi per parlarne.

Io continuo a sbagliare. Ci sono giornate nelle quali rispondo male o mi lascio trascinare dall’emozione. La differenza è che, qualche volta, una lettura o un incontro mi tornano in mente e mi fanno dire: «Questa volta non ha funzionato. Come posso riprovarci?». Posso anche tornare da mio figlio e riconoscere di aver sbagliato.

La formazione non elimina gli errori. Ci aiuta a riconoscerli, a riparare quando è possibile e a tentare una strada diversa.

Il mondo dei nostri figli merita la nostra curiosità

Molti di noi sono cresciuti con l’idea: «I miei genitori facevano così, e sono cresciuto lo stesso». Nella storia della nostra famiglia ci sono valori che vale la pena conservare. Ma i nostri figli vivono anche esperienze che noi, alla loro età, non potevamo conoscere.

Pensiamo ai social, ai videogiochi, ai gruppi di messaggi che continuano a parlare anche dopo la scuola. Possiamo preoccuparci per ciò che vediamo e stabilire delle regole. Prima, però, abbiamo bisogno di capire che posto occupano quelle esperienze nella loro vita.

Potremmo chiedere: «Mi fai ascoltare quella canzone che ti piace?» oppure «Mi mostri come funziona il gioco di cui parli sempre?». La risposta potrebbe essere un’occhiata sospettosa o una battuta. Va bene anche così. La curiosità sincera non garantisce che nostro figlio si apra in quel momento, ma gli mostra che siamo interessati a conoscerlo.

È uno dei motivi per cui continuo a informarmi. Voglio che i miei figli diventino autonomi e facciano le proprie scelte. Voglio anche che sappiano di potermi cercare se qualcosa va storto, perfino quando hanno fatto una sciocchezza e temono la mia reazione.

Non posso sapere oggi se mi chiameranno sempre. Posso prendermi cura, giorno dopo giorno, della relazione che renderà quella chiamata possibile.

«Sono stanco, dove trovo il tempo?»

È una domanda giusta. Dopo una giornata piena, due ore fuori casa possono sembrare troppe. A volte lo sono davvero.

Allo stesso tempo, chiediamo spesso ai figli di rispettare gli impegni anche quando non ne hanno voglia. Andare a scuola, presentarsi all’allenamento, mantenere una parola data alla squadra. È parte di ciò che proviamo a insegnare loro.

Forse possiamo applicare un po’ della stessa costanza anche a noi. Senza partire da un grande corso e senza aggiungere subito un altro obbligo pesante alla settimana.

Possiamo cominciare con dieci minuti al giorno: leggere qualche pagina di un libro serio, ascoltare una persona competente, cercare un incontro per genitori nella nostra zona. Oppure usare quei dieci minuti per conoscere qualcosa che interessa a nostro figlio. Sono gesti diversi, ma hanno una cosa in comune: ci chiedono di restare curiosi e disponibili a imparare.

Quando un figlio ci domanda «Dove vai?» e possiamo rispondere «Vado a un incontro per capire meglio il ruolo di Genitore», gli diamo anche un esempio. Gli mostriamo che crescere non finisce quando si diventa adulti.

Magari sorriderà, magari non dirà nulla, oppure ci chiederà perché ci andiamo. Qualunque sia la sua reazione, avrà visto che anche noi possiamo imparare e che stiamo dedicando del tempo al rapporto con lui.

Da dove cominciare

Non so quale sia l’ostacolo che oggi ti tiene lontano da un libro, da un incontro o da una conversazione con tuo figlio. Potresti non avere tempo, sentirti stanco, temere di essere giudicato oppure pensare che, per ora, in casa vada tutto bene.

Per questo non ti chiedo di cambiare tutto. Ti propongo un primo passo: nei prossimi giorni scegli dieci minuti e dedicali a conoscere qualcosa del mondo di tuo figlio, senza correggerlo e senza interrogarlo. Se non ha voglia di mostrartelo, rispetta quel momento. Intanto puoi usare lo stesso tempo per leggere o ascoltare qualcosa sull’adolescenza e riprovare un’altra volta.

Poi chiediti che cosa hai scoperto. Anche una piccola informazione può farti guardare diversamente una situazione che credevi di conoscere.

I figli non hanno bisogno che arriviamo sempre con la risposta giusta. Hanno bisogno di adulti che continuino a interessarsi a loro, che sappiano riconoscere un errore e che siano disposti a imparare.

Se diciamo che sono tra le persone più importanti della nostra vita, forse vale la pena iniziare proprio da qui: dare a quella relazione un po’ del tempo che merita, prima ancora di sapere se ne avremo bisogno.