Perché mio figlio non mi ascolta?
Nicoletta Giardini ·

È una delle domande più frequenti che ricevo dalle mamme e dai papà. E, lo ammetto, ogni tanto me la faccio anche io: “Perché mio figlio non mi ascolta?”. Di solito arriva dopo l’ennesimo: “Te l’ho de
È una delle domande più frequenti che ricevo dalle mamme e dai papà. E, lo ammetto, ogni tanto me la faccio anche io: “Perché mio figlio non mi ascolta?”. Di solito arriva dopo l’ennesimo:
“Te l’ho detto mille volte.”
“Devo ripetere sempre le stesse cose.”
“Non ti interessa niente di quello che diciamo.”
E poi arriva quella sensazione di frustrazione, di rabbia o di tristezza che ti fa dire: “Io non so più cosa fare per farmi ascoltare da te.”
Capita anche a te?
Oggi voglio proporti di partire da una domanda diversa. Una domanda che può cambiare completamente prospettiva e risultato: come vuoi essere ascoltato?
Perché è utile questa domanda?
Perché molto spesso, quando diciamo “mio figlio non mi ascolta”, quello che intendiamo davvero è: “Vorrei che mio figlio mi obbedisse .” E questi due significati sono molto diversi. Nel mio lavoro di coach vedo ogni giorno genitori preoccupati, arrabbiati, delusi, che ripetono frasi come:
- “Non mi ascolta.”
- “Non rispetta le regole.”
- “Non mi risponde.”
- “Sta sempre sul telefono.”
- “Non studia.”
Dietro queste frasi c’è quasi sempre un bisogno profondo: quello di sentirsi riconosciuti nel proprio ruolo di genitore, di guida, di punto di riferimento. Ma fermiamoci un attimo.
Quando dici che tuo figlio non ti ascolta, cosa significa per te “ascoltare”?
- Che ti guardi negli occhi?
- Che ti risponda subito?
- Che faccia quello che chiedi?
- Che non ti contraddica?
- Che segua i tuoi consigli?
Io, per esempio, per anni ho avuto la sensazione che per ascoltarmi i miei figli dovessero guardarmi negli occhi. Poi ho capito che per loro non era così, e mi sono adattata. In alcuni momenti chiedo esplicitamente a loro di guardarmi, perché – e glielo spiego con sincerità – per me è importante per farmi sentire maggiormente ascoltata.
Per qualche genitore sentirsi ascoltato significa che il figlio accetti i suggerimenti: “Ci sono già passato, so cosa dovrebbe fare”, “Vorrei che facesse ciò che c’è da fare senza tutte queste storie.” Ed è comprensibile. Ma qui arriva il vero cambio di prospettiva:
Stai ascoltando tu, prima di voler essere ascoltato?
Perché se voglio qualcosa da mio figlio, devo essere sicuro di dare il buon esempio per primo. Uno degli errori più comuni nell’educazione dei figli è confondere l’autorità con il controllo. Quando i figli entrano nell’adolescenza, molti genitori iniziano a sentire che qualcosa sta sfuggendo di mano, anche se è difficile ammetterlo. E allora cosa succede?
- Si alza il tono.
- Si irrigidiscono le regole.
- Si diventa più direttivi.
È umano. È comprensibile. Ma l’adolescente non sta cercando un comandante. Sta cercando uno spazio in cui sentirsi visto, compreso, rispettato. Quando un figlio non ascolta, spesso non si tratta di ribellione pura (a volte sì, è normale per un adolescente!) ma di un modo per comunicare:
- “Non mi sento capito.”
- “Non mi sento ascoltato.”
- “Ho bisogno di autonomia.”
- “Voglio essere preso sul serio.”
Se ogni confronto diventa uno scontro di potere, l’ascolto si spegne. Voglio essere ascoltato, ma sono io il primo ad ascoltare?
Cosa significa davvero ascolto attivo?
L’ascolto attivo non è stare zitti mentre prepari una risposta. Non è aspettare il tuo turno per correggerlo o dirgli ciò che secondo te dovrebbe fare. Ascoltare davvero un figlio significa:
- Non interrompere.
- Non minimizzare con frasi come “non è niente” o “ti passerà”
- Non giudicare subito.
- Non trasformare ogni racconto in una lezione morale.
- Fare domande aperte.
Perché i figli smettono di ascoltare?
Spesso perché:
- Si sentono giudicati continuamente.
- Ricevono più critiche che riconoscimenti.
- Vengono cercati solo quando sbagliano.
- Le conversazioni servono solo per dare ordini o consigli.
- Manca connessione emotiva.
Oppure semplicemente un figlio non ti ascolta perché vorrebbe provare a cavarsela da solo, vorrebbe fare esperienza e sente che non ti fidi di lui. Quindi ti faccio un’altra domanda:
Tu ti fidi davvero di tuo figlio?
La risposta che sento più spesso è “Mi fido di lui ma non mi fido degli altri”. Ti svelo un segreto: in realtà in questo modo non ti stai fidando comunque di lui. Non c’è niente di male ad ammetterlo, anzi: serve esserne consapevoli.
Ricorda: la fiducia genera responsabilità, il controllo genera resistenza. Se tu non ti fidi di tuo figlio, come può lui imparare a fidarsi di se stesso?
Il punto NON è: “Come faccio a farmi ascoltare?” ma “Come posso creare uno spazio in cui mio figlio voglia parlarmi e confrontarsi?”
E questo spazio si costruisce ogni giorno:
- Con piccoli momenti di connessione
- Con conversazioni senza obiettivi nascosti
- Con tempo di qualità
- Con la capacità di chiedere scusa
- Con la fiducia in tuo figlio
SPUNTO PRATICO:
La prossima volta che penserai: “Perché mio figlio non mi ascolta?” fermati un attimo e chiediti:
- Mi sono fermato ad ascoltarlo davvero?
- Ho cercato di capire il suo punto di vista?
- Sto ascoltando per capire davvero o solo per ribattere?
- Sto costruendo una relazione o mi sto imponendo e basta?
Se voglio essere ascoltato, devo diventare il primo esempio di ascolto. Non è l’obbedienza che costruisce il legame: è la connessione. E quando c’è connessione, l’ascolto arriva, non per imposizione ma perché davvero scelto con il cuore.