Mio Figlio è Svogliato o Demotivato? Capire il Calo di Motivazione negli Adolescenti
Laura Valbonesi ·

«Sono stufo, ogni tentativo è inutile!». Molti genitori arrivano a pronunciare questa frase dopo settimane, a volte mesi, di discussioni, preoccupazioni…
«Sono stufo, ogni tentativo è inutile!».
Molti genitori arrivano a pronunciare questa frase dopo settimane, a volte mesi, di discussioni, preoccupazioni e tentativi di far accadere qualcosa.
La scena è spesso la stessa: la mattina bisogna insistere per alzarsi dal letto, è una lotta continua per fare i compiti che vengono sempre rimandati o non svolti, gli allenamenti che prima entusiasmavano vengono saltati, qualsiasi progetto sembra sparito, le risposte diventano brevi: "Boh", "Non so", "Non mi va". Tuo figlio sembra aver spento il motore!
E allora arriva una conclusione apparentemente semplice: "È pigro."
Ma siamo sicuri che sia davvero così? E se quella che appare come pigrizia fosse invece il sintomo di qualcosa di molto più profondo? Dietro un "non ho voglia" si nasconde spesso molto più di quello che immaginiamo!
E se dietro quel ragazzo che sembra non avere voglia di fare nulla ci fosse un adolescente che sta lottando con aspettative troppo alte, paura di sbagliare, confusione sul proprio futuro, stanchezza emotiva o semplicemente il difficile compito di diventare grande?
Quando parliamo con gli adolescenti, facciamo attenzione alle frasi che usiamo, perché le “etichette” rischiano di essere pericolose, una parola ripetuta molte volte finisce per trasformarsi in una convinzione per i nostri ragazzi: "Ecco, tanto io sono quello pigro", "Ecco, tanto deludo sempre”, "Ecco, tanto non sono capace".
Comprendere il calo di motivazione significa andare oltre le apparenze, significa smettere di guardare soltanto il comportamento e iniziare a osservare il mondo interiore che lo genera, è un cambio di prospettiva che non risolve tutto immediatamente, ma può cambiare profondamente il rapporto tra genitori e figli.
Molti adulti immaginano la motivazione come una sorta di interruttore: o è acceso o è spento.
In realtà funziona molto diversamente. Pensiamo a una pianta: quando una pianta smette di crescere, difficilmente la accusiamo di essere pigra. Ci chiediamo piuttosto: ha abbastanza luce? riceve acqua? le radici stanno bene? il terreno è adatto?
Ecco, anche con gli adolescenti accade qualcosa di molto simile.
La motivazione non nasce dal nulla: cresce quando ci sono condizioni favorevoli e diminuisce quando qualcosa interferisce con il suo sviluppo.
La domanda che forse ogni genitore dovrebbe imparare a sostituire a "Perché è così pigro?" è un'altra: "Cosa sta succedendo che rende difficile trovare energia, interesse o fiducia?"
La differenza sembra piccola, ma in realtà cambia tutto: la prima domanda cerca un colpevole, la seconda cerca una spiegazione; la prima genera conflitto, la seconda apre dialogo.
Spesso vediamo solo ciò che succede all'esterno: un ragazzo sdraiato sul divano, una ragazza che passa molto tempo nella sua stanza, uno studente che non sembra impegnarsi, … quello che non vediamo è il lavoro invisibile che l'adolescenza richiede.
Un adolescente deve capire chi è, deve costruire la propria identità, deve ridefinire il rapporto con i genitori, deve trovare il proprio posto nel gruppo, deve affrontare cambiamenti fisici, deve imparare a gestire emozioni nuove e intense, deve iniziare a immaginare il futuro, … è come se stesse attraversando contemporaneamente decine di “cantieri aperti”.
Eppure spesso pretendiamo che un adolescente faccia tutto questo mantenendo sempre entusiasmo, energia e rendimento costanti. È realistico? Oppure stiamo chiedendo troppo?
Il caso di Matteo: quando la pigrizia nasconde la paura
Ho seguito, nei miei incontri di coaching, Matteo (nome di fantasia), un ragazzo di quindici anni che alle scuole medie era considerato uno studente brillante, ma alle superiori qualcosa è cambiato. Se prima otteneva sempre risultati ottimi, adesso i voti iniziano a scendere, passa molto tempo al telefono (probabilmente anche troppo), studia poco, … e i genitori si arrabbiano, gli insegnanti parlano di scarso impegno e tutti gli dicono che “è pigro!”.
Dopo qualche incontro, però, emerge dell’altro: Matteo non si sente più all'altezza, le verifiche sono più difficili, la classe è competitiva, alcuni compagni sembrano sempre molto preparati e lui ha paura di fallire. Così sta sviluppando una strategia inconsapevole: non studia!
Se va male può dirsi: "Ho preso un brutto voto perché non ho studiato", che è molto meno doloroso che pensare: "Ho studiato tanto e non sono abbastanza bravo."
In questo caso il problema non è la mancanza di motivazione, è la paura, una paura così forte da bloccare l'azione.
Quanti ragazzi apparentemente svogliati stanno in realtà cercando di proteggersi dal fallimento o dal confronto, a scuola, nello sport, nei social, …? E ogni confronto lascia un segno.
Se un ragazzo si chiede: “dove sono io rispetto agli altri?" e la risposta percepita è negativa, la motivazione può diminuire. Perché impegnarsi se sembra che tutti siano migliori? Perché provarci se tanto non sarò mai abbastanza? Dietro molti "non mi interessa", “non mi va di farlo” si nasconde un più vulnerabile "ho paura di non essere all'altezza."
Inoltre, anche i ragazzi, come gli adulti, possono provare stanchezza emotiva, possono sentirsi esausti, come ad esempio per la pressione scolastica, conflitti con gli amici, dubbi sul futuro, relazioni sentimentali, aspettative percepite o paura del giudizio.
Quando tutto questo si accumula, il cervello cerca di proteggersi riducendo l'energia disponibile e a quel punto il ragazzo sembra disinteressato, ma in realtà è sovraccarico.
La domanda diventa allora: mio figlio è davvero senza motivazione o è semplicemente troppo sotto pressione?
Attenzione, allora, alle aspettative che generiamo nei nostri ragazzi e a quello che trasmettiamo loro, anche con le migliori intenzioni e tutto l’amore che abbiamo nei loro confronti.
Immaginiamo una ragazza che si sente dire spesso frasi come: "Tu sei intelligente", "So che puoi fare di più", "Da te mi aspetto risultati ottimi perché puoi farlo", …sembrano incoraggiamenti, ma quella ragazza potrebbe tradurli diversamente: "Non posso deludere", "Non posso sbagliare", "Valgo quando ottengo risultati", …. La pressione cresce, la spontaneità diminuisce, la motivazione diventa ansia e se in questa circostanza alcuni adolescenti reagiscono impegnandosi ancora di più, altri invece si bloccano, si fermano, si ritirano, rinunciano, non perché non importi loro, ma perché l'obiettivo è diventato troppo pesante e grande.
Anche quando un adolescente dice "Non mi interessa niente", molte volte non è davvero così. Non fermiamoci ad ascoltare solo le sue parole, ma cerchiamo di capire cosa c’è dietro. Potrebbe significare: "Non so cosa mi piace", "Non mi sento bravo in niente", "Non voglio rischiare di fallire", "Sono confuso", "Ho bisogno di essere compreso."
Le emozioni degli adolescenti raramente arrivano in forma ordinata, molto più spesso si travestono: dietro l'aggressività può esserci paura, dietro l'apatia può esserci tristezza, dietro il ritiro può esserci vergogna, dietro la pigrizia può esserci una richiesta d'aiuto che non sa ancora trovare parole migliori.
Quando la motivazione diminuisce, i genitori tendono naturalmente a concentrarsi solo sui risultati: i voti a scuola, l'organizzazione nello studio, la frequenza agli allenamenti, le prestazioni, ma i risultati sono l'ultima parte della catena, prima ci sono molte altre cose: le emozioni, le convinzioni, la fiducia, l'autostima, …
Se intervengo solo sul risultato rischio di perdere il vero problema, è come cercare di curare una febbre rompendo il termometro! La temperatura smette di essere visibile, ma la causa resta.
I ragazzi hanno bisogno di sentirsi capaci, di riuscire in qualcosa, allora la motivazione cresce. La domanda "Sono capace?" spesso è silenziosa, inconscia, ma potentissima.
Quando un ragazzo percepisce solo fallimenti, la sua motivazione diminuisce: per questo è importante aiutare gli adolescenti a fare esperienze di successo, non successi straordinari, ma successi realistici, concreti, progressivi.
Ad esempio, Giulia (sempre nome di fantasia) ha difficoltà in matematica. Se l'obiettivo diventa passare da quattro a dieci, probabilmente si scoraggerà, ma se invece il focus è passare da quattro a cinque e mezzo, la meta appare raggiungibile. Suddividere l’obiettivo più grande in tanti step più piccoli aiuta, si può verificare ogni miglioramento, gratificarsi, aumentare la propria autostima e continuare verso lo step successivo.
Se un ragazzo non studia più due ore, forse può ripartire da venti minuti, se un ragazzo ha abbandonato lo sport, forse può tornare per un solo allenamento, se un ragazzo non esce più con gli amici, forse può accettare un incontro breve.
I grandi cambiamenti nascono quasi sempre da micro-azioni ripetute: ogni piccolo progresso alimenta fiducia, ogni esperienza di efficacia genera energia, ogni energia alimenta motivazione!
E se un ragazzo non trova subito la sua passione, ciò che lo entusiasma?
Va bene così, anzi, molti ragazzi attraversano lunghi periodi di esplorazione, provano attività diverse, cambiano idea, si annoiano, ricominciano… ed è normale. La passione nasce dall'esperienza, da tanti piccoli tentativi, da curiosità coltivate nel tempo, da competenze che crescono… e la sua ricerca richiede tempo.
In queste situazioni cosa può fare concretamente un genitore?
Immaginiamo una sera qualsiasi: vostro figlio è sul divano con il cellulare, i compiti sono ancora da fare, la tentazione è partire con una predica, capita a tutti! Eppure spesso l'approccio più utile è un altro. Invece di dire: "Perché non fai mai niente?", provate a chiedere: "Come stai vivendo questo periodo?"; invece di dire: "Sei sempre svogliato", provate: "Mi sembra che ultimamente tu faccia più fatica del solito. È così?"; invece di dire: "Non ti importa nulla", provate a chiedere: "C'è qualcosa che ti preoccupa?". Piccole differenze che hanno un grande impatto, perché un adolescente che si sente giudicato alza le difese, mentre un adolescente che si sente ascoltato può iniziare ad aprirsi, e l’ascolto genera motivazione.
Molti conflitti nascono proprio da qui: cerchiamo performance quando servirebbe ricarica.
Molti genitori vorrebbero trovare la frase giusta, la soluzione perfetta o il consiglio risolutivo, ma spesso ciò che aiuta di più è sentirsi realmente ascoltati, non ascoltati per essere corretti o giudicati, ma per essere compresi. Hanno bisogno di adulti che sappiano restare accanto a loro anche quando non hanno tutte le risposte.
E ricordate: non cercate la trasformazione immediata, cercate i piccoli progressi, spesso sono meno visibili ma molto più solidi.
Quando energia, fiducia e motivazione sono basse, serve prima creare condizioni favorevoli: connessione, ascolto, riposo, esperienze positive, piccoli successi.
Quando osserviamo un adolescente che sembra aver perso motivazione possiamo fermarci sulla superficie, interpretando tutto come pigrizia, soluzione più semplice e spesso incompleta, oppure provare ad andare oltre: il comportamento è una porta, non una spiegazione.
Possiamo vedere solo la mancanza di impegno o motivazione oppure possiamo chiederci: Quale emozione sta vivendo? Quale difficoltà sta attraversando? Quale bisogno non è stato ancora espresso? Quale paura sta cercando di proteggere?
Le risposte non arrivano sempre subito, a volte richiedono tempo, pazienza, presenza e fiducia.
Se ci sono, invece, situazioni che meritano una maggiore attenzione, ad esempio se il ritiro è molto lungo, se l'umore appare costantemente basso, se emergono isolamento significativo, cambiamenti radicali nel comportamento o segnali di sofferenza persistente, allora è importante confrontarsi con professionisti qualificati.
Chiedere aiuto non significa fallire come genitori, anzi, significa essere genitori responsabili che si prendono cura, con amore e attenzione, dei loro figli.
Dietro ogni adolescente c'è una storia che merita di essere ascoltata!