Come parlare di emozioni a un figlio che “non ha niente” 

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Come parlare di emozioni a un figlio che “non ha niente” 

Se hai un figlio adolescente, probabilmente ti è capitato di domandare: «Ehi, cos’hai?»e sentirti rispondere: «Niente.» Quel “niente” non è niente, anzi: pesa tantissimo. Pesa di paura, di ansia, di “

Se hai un figlio adolescente, probabilmente ti è capitato di domandare: «Ehi, cos’hai?»
e sentirti rispondere: «Niente

Quel “niente” non è niente, anzi: pesa tantissimo. Pesa di paura, di ansia, di “avrò sbagliato qualcosa?”, di “vorrei aiutarti ma non so come fare”. E noi genitori, a quel punto, iniziamo a farci mille domande.

Perché? Perchè tra adulti siamo abituati diversamente: a ogni domanda corrisponde una risposta. Con un adolescente invece non funziona così.
E allora come si apre una conversazione con qualcuno che non vuole aprirsi?

Per prima cosa, niente panico: limitati ad osservare. A volte il “niente” è solo una richiesta di privacy. A volte è confusione. A volte è difesa. E solo tu sai che sapore ha quel “niente”, se è il primo, o se ormai è diventato parte immancabile della vostra routine.

Aspetta. Fa parte del gioco. Ma aspetta il suo tempo, non il tuo.
Magari il momento buono è la sera. Magari è durante il pranzo. Magari sarà domani.

Immagina questa scena, che per molti è una delle conversazioni post «che cos’hai? niente» più riuscite: sei alla guida, tuo figlio è seduto dietro, con la cuffietta in un orecchio e lo sguardo perso nella fisica quantistica dei suoi pensieri adolescenziali.

Silenzio totale. Tu respiri piano e ti fai piccolo piccolo, come se il tuo solo respiro potesse scatenare il “qualcosa” nascosto sotto quel “niente”. Ad un certo punto, mentre prendi una rotonda con la cura di un cardiochirurgo, inaspettatamente ti fa: «Non è che non ho niente… è che non so proprio da dove cominciare.» E poi si rimette la cuffietta.
Fine.
Eppure, è già qualcosa. Uno spiraglio.

Ecco: il punto non è farli parlare subito, ma farli sentire ascoltati e al sicuro. Mille volte meglio micro-momenti ripetuti e costanti piuttosto che lunghi interrogatori che spesso restano monologhi che non portano a nulla.

La verità è che alla loro età è normale essere confusi, difensivi, pieni di emozioni senza nome. Il “niente” non è un rifiuto a parlare: spesso è un “non so ancora come dirlo”.

Come rispondere a quel “niente”, dunque?
Con un «Ok, capisco. Quando vorrai condividere quel niente, io sono qui.» oppure «A volte succede anche a me. Prima dico “niente”, ma dopo ci penso su e capisco meglio.» o ancora «So che a volte un niente contiene un mondo. Quando e se vuoi, sono qui per sentirti raccontare il tuo.» Dopodiché – e questo è fondamentale – bisogna cambiare. Cambiare stanza, cambiare argomento, cambiare strada (o rotonda!). Perché ammettiamolo, noi genitori siamo biologicamente programmati per dire sempre due o tre frasi in più del necessario. E invece si può – si deve! – anche lasciare spazio al silenzio.

Quando loro salpano verso il mare aperto, noi siamo il loro porto. Un porto che non forza, non pretende, non interpreta: semplicemente c’è. Accoglie. E quando vorranno tornare da noi per condividere il loro viaggio, sapranno dove trovarci.

Se come genitore vuoi fare un passo in più, puoi provare ad andare oltre il “niente” ma a piccoli passi e tenendoti pronto a trovarti davanti a un eventuale muro.

Il momento in cui il “niente” non è davvero niente ma non si è ancora concretizzato in un discorso vero rappresenta quel limbo in cui gli adolescenti non sanno bene come tradurre in parole ciò che sentono…e i genitori non riescono a interpretare ciò che i figli provano a loro modo ad esprimere.

La domanda classica “come ti senti?” può non funzionare, specialmente se la vivono come un interrogatorio emotivo.Non è questione di tirar fuori le emozioni a forza, ma di creare uno spazio in cui loro per primi si sentano liberi di farlo. Più li incalzi, più si chiudono. Più li accompagni, più si aprono. Parola d’ordine? Non. Avere. Fretta.

Un “Non è che non ho niente… è che non so come spiegare è già moltissimo. Perché passare dal “niente” al provare a spiegarsi è un passo enorme per un adolescente. E lì inizia la parte ancora più difficile per noi adulti: accettare che le emozioni non si tirano fuori al volo, non si razionalizzano subito e non diventano automaticamente un discorso sensato. In poche parole? Adattarci ai loro tempi. Perché i ragazzi prima sentono le cose, poi le capiscono e solo alla fine (forse) le raccontano.

Il nostro compito non è forzare, ma esserci. Stare vicino senza pressarli e saper stare in silenzio quando serve. Perché le emozioni in adolescenza si imparano più per pratica che per teoria.

Se senti che in questo momento il “niente” con tuo figlio sta diventando un labirinto di cui non vedi via d’uscita, possiamo esplorarlo insieme. Contattami: lo faremo senza forzature e senza ricette magiche, ma con presenza, ascolto e strumenti concreti.

Simona Uguzzoni

Family & Youth Coach Younite