Capire la nuova realtà dei “nativi digitali” 

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Capire la nuova realtà dei “nativi digitali” 

Ti sarà capitato di dire ai tuoi ragazzi “È pronta la cena!”, sentirti rispondere “arrivo!”, oppure “un minuto!”, e poi nessuno si presentava a tavola, ancora per molto tempo… Sorpresa: hai in casa un

Ti sarà capitato di dire ai tuoi ragazzi “È pronta la cena!”, sentirti rispondere “arrivo!”, oppure “un minuto!”, e poi nessuno si presentava a tavola, ancora per molto tempo…

Sorpresa: hai in casa un adolescente “nativo digitale”.

Non ti preoccupare, non è un problema e sicuramente sei in buona compagnia! 🙂

Oggi, durante le mie sessioni di coaching, sento sempre più spesso genitori che si lamentano della tecnologia, delle ore trascorse dai figli al cellulare o alla playstation e della dipendenza digitale dei loro ragazzi, che in alcuni casi sfocia anche in situazioni più gravi da affrontare (impatti sull’alimentazione, sulla vita sociale, sui risultati scolastici…).

Ma facciamo un passo indietro, perché l’argomento è ampio e complesso e cercherò di analizzarlo in questo articolo (e nei miei prossimi).

Prima di tutto, anziché criticare, giudicare o negare questa nuova realtà digitale, è necessario capire: comprendere i nostri ragazzi e il contesto in cui stanno crescendo, che necessariamente è molto diverso dal nostro.

Nativi digitali

Il ricercatore americano Mark Prensky, nel suo articolo “Digital Natives, Digital Immigrants” pubblicato nel 2001, ha introdotto il termine “nativo digitale”, con il quale ha voluto rappresentare tutte quelle persone che sono “madrelingua” del linguaggio digitale. Lo studioso, infatti, utilizza la metafora del linguaggio: imparare un’altra lingua quando si è più piccoli è sicuramente molto più facile e immediato, mentre da adulti lo sforzo sarà maggiore, così come la conoscenza che se ne potrà avere sarà molto diversa e, probabilmente, meno approfondita.

Lo stesso vale per i nostri ragazzi con le tecnologie: attraverso un uso frequente e prolungato, il nativo digitale diventa un esperto, impara ad utilizzarla in modo intuitivo, con dimestichezza, e gestisce la comunicazione e l’informazione in modo diverso da quanto possono fare le generazioni precedenti.

Mark Prensky contrappone poi la figura del “nativo digitale” a quella dell’ “immigrato digitale”, cioè a quelle persone che sono cresciute prima delle tecnologie digitali e che le hanno adottate in un secondo momento. Una terza figura, invece, è quella del “tardivo digitale”, una persona cresciuta senza tecnologia e che la guarda, ad oggi, con diffidenza.

Tecnologie e generazioni

Se sovrapponiamo la classificazione proposta dal rapporto Istat del 20 maggio 2016, che accomuna le generazioni che hanno sperimentato l’ingresso nella vita adulta in corrispondenza di periodi storici di “rottura”, con lo sviluppo tecnologico, possiamo individuare le seguenti categorie:

  • Baby Boomers” (1946 – 1964): non avevano accesso alle tecnologie e probabilmente oggi sono “immigrati o tardivi digitali”;
  • Generazione X (1965 – 1980): inizia la “generazione text. Grazie all’interfaccia testuale, è in grado di comunicare con messaggi di testo (principalmente e-mail e sms) superando per la prima volta i limiti spazio-temporali;
  • Generazione Y o Millennials (1981- 1996): si sviluppa la “generazione web”. Grazie all’interfaccia web, è in grado di accedere e sfruttare il web per raccogliere un’enorme quantità di dati ed informazioni;
  • Generazione Z (1997 – 2012): è la “generazione social media”. Grazie all’interfaccia web 2.0, è in grado di gestire le proprie relazioni e la propria identità all’interno di reti sociali digitali;
  • Generazione Alpha o “Screenagers” (dal 2013 fino ad oggi): è la “generazione touch”, che inizia nel 2007 con il lancio del primo iPhone e nel 2010 con il primo iPad. Grazie alla “manipolazione” diretta di smartphone e tablet è in grado, fin dai primi anni di vita, di interagire con la tecnologia digitale

Vi ricordate il video di YouTube dove una bambina, di quasi due anni, cercava di sfogliare una rivista come se fosse su iPad? Questo è proprio un esempio di “generazione touch”!

Tecnologia in Italia

I nostri ragazzi sono molto precoci nell’uso delle tecnologie. L’Italia è leader in Europa per il numero di smartphone tra i giovani, con una penetrazione che supera il 90% nella fascia di età tra i 16 e i 20 anni e raggiunge l’80% nella fascia tra gli 11 e i 15 anni. Il 96% dei giovani sotto i 30 anni è connesso a Internet, l’89% tutti i giorni e il 79% per almeno un’ora al giorno. Due bambini su dieci, sotto l’anno di vita, usano uno strumento touch-screen per guardare video o giocare e questi diventano sei su dieci tra i 2 e i 4 anni.

A 15 anni i nostri figli avranno dedicato tra le 1.200 e le 1.500 ore alle tecnologie digitali e a 20 anni arriveranno a 10.000 ore, più di 400 giorni ininterrotti! Una quantità di tempo necessaria ad un musicista per diventare, ad esempio, un pianista professionista.

I nuovi media, quindi, stanno cambiando i nostri figli: a che età è corretto dare loro uno smartphone? Che impatto ha sui loro comportamenti, sui loro processi cognitivi, sulle relazioni o sulla loro mente?

La maggior parte dei problemi tra genitori e figli nasce proprio dall’impossibilità di capire immediatamente il senso di quello che fa il figlio. Per questo è fondamentale informarsi per capire, essere sempre aggiornati per affrontare la situazione nel modo giusto e per continuare ad essere delle guide efficaci per i ragazzi.

Nel caso di bambini più piccoli è importante imparare fin da subito una corretta gestione degli smartphone e delle tecnologie per non trovarsi più avanti a dover affrontare situazioni più complesse e problematiche.

Oggi per sapere usare un tablet o uno smartphone non è necessario saper leggere o scrivere, quindi l’accesso è facile ed immediato, anche perché sono state rimosse le barriere linguistiche. Il 30% dei genitori dichiara di lasciare spesso il proprio cellulare in mano al figlio con meno di 12 mesi, percentuale che sale al 60% tra i 12 e i 24 mesi. La motivazione è principalmente quella del “cellulare-babysitter”, così “il bambino sta buono”, anche se i rischi sono molti.

Il bambino impara fin da subito che il cellulare dei genitori è sempre disponibile e che può chiederlo ogni volta che sperimenta noia o tristezza, diventando così un oggetto “transizionale”, cioè un oggetto verso il quale il bambino ha un attaccamento e su cui riversa emozioni, desideri e bisogni… insomma, come la copertina di Linus o i peluche di quando noi eravamo piccoli.

Il bambino, quindi, tende a riempire questi momenti “vuoti” con contenuti digitali e ciò non gli permette di godere anche di momenti di noia o solitudine, che sono indispensabili per la sua crescita, perché sviluppano la capacità di riflessione e la creatività. In più, trascorrere molto tempo davanti a device digitali riduce il tempo dedicato ad altri giochi e all’attività fisica, e ha anche conseguenze negative sulla qualità e la durata del sonno, perché genera ipereccitazione e un’alterazione dei ritmi sonno-veglia a causa della luce prodotta dagli schermi e della velocità di riproduzione dei video (il cervello dei più piccoli non è ancora pronto per questo!).

Cosa fare? Ecco qualche consiglio

Qualche semplice consiglio per impostare fin dai primi anni una corretta gestione delle tecnologie:

  1. Non far avvicinare il bambino alle tecnologie attraverso il cellulare del genitore, ma tramite un device a lui dedicato e più adatto alla sua età. Questi strumenti di solito non hanno una scheda per collegarsi ad Internet, non gestiscono e-mail o messaggi, ma app specifiche per gli utenti più giovani;
  2. Concordare e controllare il tempo di utilizzo, meglio se attraverso una sveglia o un timer, per non generare un tira e molla infinito tra genitore e figlio;
  3. Definire un momento specifico per l’utilizzo del dispositivo, in modo che il bambino non sottragga tempo ad altre attività o alla scuola e non si crei un forte legame di attaccamento (“oggetto transizionale”);
  4. Per quanto possibile, utilizzare il dispositivo insieme al figlio per sperimentare insieme le diverse app e non generare frustrazione nel bambino qualora dovesse utilizzarne di più impegnative per la sua età. Il gioco interattivo può essere positivo per sviluppare diverse competenze e abilità: ci sono molte app esplorative e interattive adatte ai bambini più piccoli e una condivisione con un adulto permette di scegliere quali sono le più idonee. Consiglio di rimanere sempre aggiornati anche visitando il sito web della fondazione americana no profit Common Sense Media che presenta e recensisce le diverse applicazioni ;
  5. Se sono più grandicelli (5-7 anni), controllate i contenuti a cui hanno accesso (musica, video, videogiochi…). È necessario sapere tutte le password e dare l’autorizzazione in caso di acquisti online. Meglio inserire un Parental Control e disattivare la geolocalizzazione;
  6. Ultimo, ma non meno importante: attenzione alla distanza nell’utilizzo degli schermi, perché provoca seri danni agli occhi!

È utile sapere che c’è una legge sulla privacy in Italia che vieta l’utilizzo di Facebook, Instagram e WhatsApp ai ragazzi con meno di 13 anni, quindi qualsiasi accesso a questi social media è di nostra responsabilità.

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In questo primo articolo ho affrontato la fascia di età dei più piccoli, mentre nei successivi il focus sarà su adolescenti e preadolescenti, perché le tematiche cambiano anche in modo rilevante. Continua a seguirmi e, se nel frattempo hai bisogno di una guida per la gestione della tecnologia con i tuoi ragazzi, contattaci!