Brutti voti a scuola, come aiutare tuo figlio a recuperarli senza litigare

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Brutti voti a scuola, come aiutare tuo figlio a recuperarli senza litigare

Oggi, grazie al registro elettronico, un voto può entrare in casa prima ancora di nostro figlio. Noi genitori possiamo conoscere il risultato di…

Oggi, grazie al registro elettronico, un voto può entrare in casa prima ancora di nostro figlio. Noi genitori possiamo conoscere il risultato di un'interrogazione mentre lui è ancora a scuola. Quando torna a casa, rischiamo di non incontrare più lui, con la sua delusione o la sua rabbia, ma soltanto quel numero che abbiamo già visto sullo schermo.

Nella mia famiglia convivono due reazioni differenti. Mia moglie vive maggiormente la preoccupazione del momento: pensa alla difficoltà di recuperare, alla possibilità di essere rimandati e, nei casi peggiori, al rischio di perdere l'anno. Io provo ad avere una reazione più razionale, anche perché negli anni ho conosciuto e sperimentato alcuni strumenti che mi aiutano a osservare diversamente la situazione.

Quando riesco a conoscere il voto direttamente dai miei figli, la prima cosa che cerco di fare è ascoltare. Prima di domandare come recupereranno, provo a comprendere come stanno. A volte riconoscono di non essersi preparati abbastanza; altre volte considerano quel voto ingiusto. In entrambi i casi, prima della soluzione esiste un'emozione che ha bisogno di trovare spazio.

La prima domanda da porci, quindi, potrebbe essere questa: quando nostro figlio torna a casa con un'insufficienza, incontriamo prima lui oppure il suo voto?

Un voto racconta una prestazione e non una persona

Per me un'insufficienza riguarda quella particolare interrogazione, sostenuta in quel giorno e in quelle condizioni. Non rappresenta il valore della persona e non può descrivere tutto ciò che un ragazzo è o potrà diventare.

È come nel tennis, un giocatore può sbagliare un colpo senza aver perso la partita. Nella corsa posso attraversare un momento difficile, rallentare o svolgere male un allenamento, ma questo non significa che non sia in grado di arrivare al traguardo. Anche durante una gara lunga possono esserci momenti nei quali la mente suggerisce di fermarsi. Proprio in quei passaggi si può imparare a reagire.

La stessa cosa può accadere nel rapporto tra adolescenti e scuola. Un 3 è un risultato da affrontare, ma rimane un episodio. Non è una sentenza sull'intelligenza del ragazzo e non stabilisce che cosa accadrà dopo. La parte che mi interessa maggiormente arriva proprio in quel momento: come reagirà? Quali risorse utilizzerà? Che cosa potrà imparare da questa esperienza?

La scuola non è soltanto il luogo nel quale si studiano materie. È anche un'esperienza di vita: i ragazzi incontrano compagni e adulti diversi, regole, successi e delusioni. Non troveranno sempre qualcuno capace di comprenderli o di stimolarli nel modo che preferiscono.

Lo scarso rendimento scolastico non dovrebbe essere ignorato, ma neppure trasformato in un giudizio sulla persona. Il voto è la fotografia di una prestazione: può aiutarci a capire che qualcosa non ha funzionato, ma non è il ritratto completo di nostro figlio.

Il voto è la fotografia di una prestazione e non il ritratto completo di nostro figlio perche non ha voglia di studiare può avere molti significati

Non ha voglia di studiare è una delle frasi che noi genitori pronunciamo più facilmente. È una spiegazione semplice e, proprio per questo, rischia di chiudere troppo presto la ricerca delle cause.

Dietro quelle parole possono esserci stanchezza, difficoltà nel comprendere una materia, un metodo poco efficace oppure un periodo difficile nelle relazioni. A volte un ragazzo ha provato diverse volte senza ottenere il risultato sperato e comincia a pensare che impegnarsi sia inutile. In altri casi, il rifiuto dello studio può diventare una risposta al controllo degli adulti.

Anche un'apparente indifferenza può nascondere qualcosa di diverso, dire non m'importa niente può essere più semplice che riconoscere la paura di fallire nuovamente o di deludere i genitori.

Questo non significa giustificare qualsiasi comportamento o eliminare ogni responsabilità. Significa evitare di confondere automaticamente la mancanza di motivazione allo studio con la pigrizia. Il non ho voglia può essere immaginato come una nuvola: se ci fermiamo alla superficie, vediamo soltanto qualcosa che oscura il cielo. Se abbiamo la pazienza di fare qualche domanda, possiamo comprendere che cosa sta coprendo.

Prima ascoltare e poi cercare una soluzione

Quando un ragazzo torna a casa con un'insufficienza, noi adulti partiamo spesso con le domande: quanto avevi studiato, come hai fatto a prendere questo voto, quando pensi di recuperare? Potrebbero arrivare nel momento sbagliato.

Prima della soluzione esiste quasi sempre un'emozione: rabbia, vergogna, delusione o la sensazione di aver subito un'ingiustizia. In quel momento cerco soprattutto di ascoltare. Alla loro età non ero certamente una potenza di fuoco nello studio e questo mi aiuta a ricordare che cosa può provare un ragazzo.

Ascoltare non significa stabilire che abbia ragione. Significa permettergli di raccontare senza sentirsi sotto processo. Anche quando pensiamo che stia cercando delle scuse, possiamo sospendere per un momento il giudizio. Avremo tempo per valutare i comportamenti, ma prima dobbiamo comprendere ciò che sta cercando di dirci.

Possiamo partire da domande semplici: raccontami che cosa è successo; come ti sei sentito; che cosa ti ha messo maggiormente in difficoltà; in questo momento vuoi soltanto essere ascoltato oppure possiamo ragionare insieme?

Dopo lo sfogo, quando l'emozione ha perso un po' della sua forza, arriva la domanda che per me conta maggiormente: adesso come pensi di affrontare questa situazione? Non è un modo per lasciarlo solo. Gli comunica che sono disponibile ad aiutarlo e che continuo a considerarlo capace di costruire una risposta.

Fiducia e controllo

Dopo aver ascoltato, io tendo a lasciare fare. Nei giorni successivi non torno continuamente sull'insufficienza. Le mie domande rimangono più ampie: come stai, com'è andata la giornata, come stanno andando le cose? Non ho dimenticato il problema; cerco semplicemente di non trasformare la nostra relazione in un inseguimento del voto.

Mia moglie ha un approccio differente, soprattutto con nostro figlio, che ha quattordici anni. Può sentire il bisogno di ricordargli ciò che deve fare, attraverso quello che, scherzando, definirei un promemoria quasi minaccioso. Anche il controllo può nascere dalla preoccupazione e dal desiderio di proteggerlo.

Con nostra figlia, che è più grande, questo bisogno si è ridotto. Ha dimostrato soprattutto a se stessa di saper pianificare lo studio e recuperare le materie. La fiducia si costruisce gradualmente e non esiste una distanza giusta per tutti: dipende dall'età, dal carattere e dal percorso di ciascun ragazzo.

Il vero risultato è scoprire di essere capaci di recuperare

Fino a oggi, nella maggior parte dei casi, i miei figli sono riusciti a recuperare le insufficienze. Quando accade, il premio più importante non è il bravo ricevuto da noi genitori. Il vero risultato è la dimostrazione che danno a se stessi: ho attraversato una difficoltà e sono riuscito a superarla.

È questa esperienza a costruire autostima. Noi possiamo aiutarli a ricordare le occasioni nelle quali ci sono già riusciti: che cosa avevi fatto quella volta? Quale tua capacità ti aveva aiutato? C'è qualcosa di quella esperienza che puoi utilizzare anche adesso?

Può essere un successo nello studio, nello sport o nella vita. Il messaggio non è soltanto vedrai che andrà tutto bene, ma qualcosa di più concreto: hai già dimostrato di saper affrontare una difficoltà, puoi provare a farlo nuovamente.

Offrire strumenti senza sostituirsi ai ragazzi

Lasciare responsabilità ai figli non significa negare loro gli strumenti che conosciamo. Un genitore può proporre un metodo, aiutare il ragazzo a sperimentarlo e poi fare un passo indietro, affinché quello strumento diventi veramente suo.

Con mia figlia, per esempio, ho proposto una divisione dello studio in intervalli: circa 40 minuti di attività concentrata seguiti da 5 o 10 minuti di pausa. Il principio si ispira alla Tecnica del Pomodoro, ideata da Francesco Cirillo, che nella versione più conosciuta alterna 25 minuti di attività a una breve pausa. Noi non abbiamo seguito lo schema in maniera rigida: abbiamo adattato i tempi alle sue esigenze e, gradualmente, la pianificazione è diventata uno dei suoi punti di forza.

Un possibile ciclo di studio

  • Scegliere un obiettivo concreto.
  • Studiare per l'intervallo concordato.
  • Fare una breve pausa, senza prolungarla.
  • Verificare che cosa ha funzionato e adattare i tempi.

Non è una regola valida per tutti, ma un metodo da sperimentare e personalizzare.

In alcuni casi può servire temporaneamente un aiuto esterno, come alcune ripetizioni. Anche qui la finalità non dovrebbe essere sostituirsi al ragazzo, ma rimetterlo nelle condizioni di procedere con le proprie gambe.

Quando lasciare spazio non basta più

Un'insufficienza non mi porta immediatamente a intervenire. Divento più attento quando la difficoltà continua nel tempo, invade altri ambiti della vita o vedo che mio figlio non riesce più ad attivare le proprie risorse. Il segnale più importante, per me, non è soltanto il voto: è il malessere della persona.

In questi casi intervenire non significa presentarsi con una soluzione. Con mia figlia, durante una fase difficile, ho creato momenti fuori casa. Qualche volta sono serviti più incontri prima di parlare. Lei sa che quelle occasioni non sono interrogatori, ma spazi nei quali può aprirsi se lo desidera.

Lo stesso principio vale per lo scarso rendimento scolastico. Un voto negativo non richiede sempre un intervento immediato; un disagio intenso o persistente merita attenzione. In alcune situazioni può essere utile confrontarsi con la scuola, il pediatra o uno psicologo, senza vivere la richiesta d'aiuto come una sconfitta.

Lasciare spazio non significa essere assenti. Significa osservare, rimanere disponibili e avvicinarsi quando il ragazzo mostra di non riuscire più a proseguire da solo.

Non possiamo correre la gara al posto loro

Noi genitori non possiamo sostenere un'interrogazione al posto dei nostri figli, recuperare una materia per loro o proteggerli da ogni delusione.

Possiamo accompagnarli durante la preparazione, aiutarli a riconoscere le proprie risorse e ricordare loro che un momento difficile non coincide con la fine del percorso. Quando arriva un brutto voto, prima di occuparci del numero dovremmo provare a incontrare la persona che lo ha ricevuto. Ascoltare la sua delusione non elimina la responsabilità. Lasciargli il tempo di reagire non significa disinteressarsi.

La motivazione allo studio non può essere imposta dall'esterno, possiamo però creare le condizioni perché cresca: ascolto, fiducia, strumenti concreti, responsabilità e possibilità di sbagliare senza sentirsi sbagliati.

Recuperare un'insufficienza è importante e scoprire di essere capaci di reagire e ripartire è un apprendimento che potrà accompagnare i nostri figli per tutta la vita.

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